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Estate 1959, per la rivista "Successo", Pier Paolo Pasolini percorre la costa salentina a bordo di un Fiat Millecento

 

“ Volo per la costa meno nota d’Italia: mi trascina una gioia tale di vedere che quasi son cieco. Qui infatti tutto minacci di non essere: la costa piatta, i paesi arabo-normanni (arabi nella parte umile, normanni nella parte eletta, chiese e muraglie), il mare. Tutto è come bevuto, frastornato dalla luce. Riafferro la vita a Gallipoli. Misterioso centro, esistente, di una regione che non esiste. È del resto una città a sé, uno stato, un po’ come Cutro. Perfetta anch’essa come Taranto, protesa, biancheggiante, in un mare squisito, puro selvaggio. In quello slanciato ammasso di case bianche, inalennato da lungomari e da moli, la gente vive una vita autonoma, quasi ricca, si direbbe, quasi non ci fosse soluzione di continuità con qualche periodo della storia antica, che io non so, né faccio in tempo a capir:il demone del viaggio mi sospinge giù, verso la punta estrema.



Ci si arriva lentamente, mentre intorno la regione si trasforma, si muove in piccole ondulazione, si ricopre d’ulivi.
Santa Maria di Leuca si stende lungo il mare con una fila di villini liberty, lussuosi, rosei e bianchi, incrostati d’ornamenti, circondati da giardinetti: sembrano appena abbandonati. Anche il grandioso lungomare davanti, calcinante, sembra
appena lasciato in disuso: e, lassù, la grande rotonda scrostata. In un punto del lungomare, nel sole feroce, è fermo un torpedone, con una radio accesa. Un po’ di gente è seduta sui gradini di una costruzione pubblica, in un po’ d’ombra. Chiedo a due ragazzi, che sembrano studenti, chi viene a Santa Maria di Leuca
“ Abbastanza gente - mi dicono- per lo più di Lecce: ci sono anche degli stranieri , che alloggiano a quella pensione”. E mi indicano una pensione bianca, di cui sembrano orgogliosi. “ Le ville invece sono dei baroni.” ”Ma ci vengono ancora?” ”Si, ci vengono: ma se ne stanno per conto loro: la sera si trovano tutti allo Yacht club, dove possono entrare solo loro, e ballano, e giocano a carte.”


Sono morto di caldo e di stanchezza: laggiù c’è uno scoglio che buca il mare sotto il faro del Capo. “Andiamo laggiù?” chiedo. Tutti contenti accettano, e il più giovane mi spiega: “ Quello scoglio divide il mare Ionio dall’adriatico!”. Ciò mi diverte. Partiamo sotto la fiamma del sole, e piano piano, come gli equilibristi, sulla gobba squamosa, rotta, aguzza dello scoglio, arriviamo sulla punta. Ma siamo altissimo sul mare: a destra lo Ionio, tremendo nemico, preumano, a sinistra il Caro dolce, domestico Adriatico. Scopro una specie di abisso, che fende lo scoglio fino alla schiuma del mare. “ Proviamo a scendere?” dico. I ragazzi fanno strada: ci caliamo, a piedi scalzi: giungiamo a una specie di terrazzetta naturale, liscia, scura. Lì c’è un cadavere. Enorme, giallo, glabro. Al nostro arrivo, il cadavere si muove, ci guarda, e, senza dir nulla, comincia a vestirsi, la canottiera, la maglia, i calzoni, i pedalini, i sandali. “Buongiorno!” dice, se ne va, inerpicandosi, polemico, misantropo, leggero. “È il barone C.” mi dice piano, uno dei ragazzi.”